Il decadimento cognitivo negli anziani rappresenta una linea di demarcazione tra un prima e un dopo, tra uno stato di autonomia e la necessità di una assistenza sempre più accentuata.  Per questo motivo l’attenzione negli anziani dello stato di salute cognitivo è fondamentale. La rivista Neurology, il giornale della American Academy of Neurology, dando  notizia anche delle nuove linee guida per i medici  a proposito degli anziani con un lieve deterioramento cognitivo, indica come elemento principe per combattere il decadimento cognitivo l’esercizio fisico.  Anziché l’abuso di medicine la prescrizione cade sull’ esercizio fisico due volte alla settimana. «Sappiamo da tempo che l’esercizio fisico costante fa bene al cuore e alle arterie e oggi possiamo dire che sostiene la memoria in persone a rischio su questo piano», ha dichiarato Ronald Petersen, che ha guidato la ricerca e che è direttore del Centro di ricerca sull’Alzheimer alla Mayo Clinic, organizzazione non-profit degli Stati Uniti. «Quel che fa bene al cuore può far bene anche al cervello», ha concluso. Per lieve deterioramento cognitivo (in inglese mild cognitive impairment) si intende una fase intermedia tra il declino normale col passare dell’età e il ben più serio declino legato alla demenza. I sintomi possono comprendere problemi di memoria, del linguaggio, del pensiero e del discernimento che appaiono più consistenti rispetto all’attesa usura legata soltanto all’età.

In genere questi cambiamenti non sono tali da interferire con la vita e le attività di ogni giorno, ma potrebbero aumentare il rischio di un successivo scivolamento nella demenza causato dalla malattia di  Alzheimer  o da altre condizioni neurologiche. Varie persone tuttavia non peggiorano mai ed alcune, anzi, possono migliorare. Come? I ricercatori del gruppo di lavoro guidato dal dottor Petersen hanno rivisto tutti gli studi fin qui prodotti sull’argomento e hanno trovato, per l’appunto, che l’esercizio fisico due volte alla settimana può essere di aiuto nel mantenere la mente brillante. La domanda a questo punto è: quale esercizio? La risposta è, di tipo aerobico. E cioè? Camminata veloce, jogging, qualunque altra cosa simile purché fatta regolarmente e possibilmente per 150 minuti alla settimana, distribuiti per esempio in 30 minuti per 5 volte nella settimana. E il livello di intensità? Deve essere tale da condurre al limite di sudare, ma non così sostenuto da impedire di fare conversazione.

Quanto alle prove cognitive in senso stretto ?, fatte con esercizi al computer o in piccoli gruppi, il dottor Petersen rileva che i risultati su queste forme di esercizi sono non soddisfacenti, infatti  sono state trovate deboli prove della loro validità nel rallentare il declino mentale.

 

Diviene fondamentale NON SUBIRE il processo di invecchiamento

Sono 6 su cento le persone dai 60 ai 70 che accusano un lieve deterioramento cognitivo in tutto il mondo mentre sono il 37 per cento tra chi ha 85 anni e oltre. Con simili numeri,  gli scienziati ci dicono , che individuare degli stili di vita che possano rallentare il processo di indebolimento mentale può fare davvero una grande differenza sia per i singoli sia per la società. «Non dobbiamo guardare all’invecchiamento come a un processo passivo, che si subisce soltanto, perché, invece, possiamo fare qualcosa per cambiarne il corso», evidenzia Ronald Petersen. «Se, mettiamo, sono destinato a diventare indebolito a livello mentale a 72 anni, posso fare regolare attività fisica e spostare questa soglia a 75 o 78 anni. Guardate che non è poco».

Il minimo indispensabile di esercizio fisico per trarne beneficio cognitivo, qual è? Un altro gruppo di ricercatori si è impegnato su questo fronte non solo per curiosità o per amore delle misure, ma anche perché ci sono persone che per problemi fisici non possono muoversi tanto. C’è chi ha calcolato quanto vale  un’ora di esercizio per una prestazione cognitiva, altri si sono cimentati a misurare i 20 minuti di camminata o pedalata, infine eccoci al minimo dei minimi: 10 minuti. Ma a che cosa possono mai servire 10 minuti di movimento? Matthew Heath della Western University in Ontario (Canada) afferma che una “dose” di esercizio fisico fornisce una “dose”, un “sussulto” di vivacità in più alla mente. I partecipanti all’esperimento,  riportato dalla rivista Neuropsychologia, o si sono seduti a leggere un giornale per 10 minuti oppure hanno usato una cyclette con un impegno tra il moderato e il vigoroso. Dopo, sono stati sottoposti a un esame basato sul movimento degli occhi denominto antisaccade task, che è stato ampiamente impiegato per calcolare le performance esecutive. «I partecipanti che avevano fatto esercizio fisico hanno mostrato un miglioramento immediato – ha riferito  Heath. – Le loro risposte sono state più accurate e i loro tempi di reazione sono stati fino a 50 millisecondi più brevi delle loro valutazioni antecedenti la prova. Detto così sembra un valore ininfluente, in realtà rappresenta un 14 per cento di guadagno in una performance cognitiva in alcuni casi». Quel che un breve movimento fisico produce nel cervello per farlo “scattare” gli scienziati lo immaginano così: viene “accesa” la rete frontoparietale, che è una parte del cervello che prima era stata implicata negli stimoli cerebrali basati sull’esercizio fisico. Nel 2014 uno studio rivelò che un programma di ginnastica per bambini obesi ne migliorava l’assetto frontoparietale.

Il risultato della ricerca canadese si presta a dare benefici a molte persone. Intanto a quanti, sulla via o no della demenza, non sono in grado di sostenere prove fisiche prolungate, quindi possono prodursi in brevi spot comunque utili. E’ un suggerimento valido per tutti: vi sentite bloccati in una pratica, incagliati per una sorta di appannamento mentale? Fatevi un giro dell’isolato, a passo sostenuto, e poi rimettetevi al lavoro. Potrebbe riaccendersi la famosa “lampadina”.

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