Lo storico dell’economia John Kenneth Galbraith nel 1993 in La Cultura dell’appagamento scriveva senza giri di parole che la Società occidentale ha creato una democrazia dove i meno fortunati non partecipano. Questo tipo di sistema, che ha tenuto fino a oggi, è adesso a rischio. Il fatto, elementare e visibile a tutti è che i poveri sono aumentati. I ricchi, quelli molto ricchi, sono rimasti e rimarranno sempre. ma il resto della popolazione, molti agiati di un tempo, sono mediamente più poveri.

In questo contesto si pone la relazione tra vecchiaia e povertà, due malattie sociali del nostro tempo.

Infatti, uno degli aspetti più sottovalutati della crisi è il cambiamento nella cura di anziani e disabili. Soprattutto nei paesi mediterranei – con welfare più fragili e politiche di austerità più severe – si è assistito a un progressivo impoverimento non solo degli over 65, ma anche dei loro figli. Con conseguenze generazionali e di genere allarmanti

Recentemente nel nostro paese è stato osservato un significativo aumento del rischio di povertà per la popolazione attiva, che si aggiunge all’ elevata percentuale di anziani che vivono al di sotto della soglia di povertà ( Banca d’Italia, Brandolini, 2013). La presenza di anziani non autosufficienti rappresenta un’ulteriore causa di impoverimento familiare, e il carico di cura che ne deriva può divenire un significativo fattore di trasferimento del rischio di povertà tra i generi e le generazioni.

In diversi paesi europei la riduzione del ruolo pubblico nel settore dell’assistenza agli anziani è stata compensata dalle crescenti responsabilità di cura richieste alle famiglie, sia in termini di spesa privata che di assistenza informale.

Il trend è più marcato negli stati caratterizzati da welfare state mediterraneo, come l’Italia e la Spagna, o in transizione, come la Polonia, nei quali la sfera privata (la famiglia) gioca un ruolo fondamentale nell’ assistenza agli anziani, sobbarcandosi gran parte degli oneri di cura.

Secondo i dati SHARE (Survey on Health, Ageing and Retirement in Europe), nel 2007 in Italia le famiglie con un membro over 65 non autosufficiente e con un reddito compreso nel primo quartile della distribuzione spendevano per la cura poco meno del 40% del loro reddito: valore in linea con Spagna e Polonia – rispettivamente 37% e 32% – ma nettamente superiore a Belgio (17%), Svezia (6,5%) e Francia (4,8%) .

Gli stessi risultati emergono se si guarda al coinvolgimento dei familiari nel processo di cura. In Italia, sempre nel 2007, più del 25% della popolazione di età compresa tra 50 e 64 anni prestava assistenza volontariamente ai propri genitori o suoceri, dedicandovi in media più di 70 ore mensili. La crisi economica, con la riduzione del reddito disponibile delle famiglie e l’aumento del tasso di disoccupazione, ha favorito un ulteriore processo di internalizzazione della cura: tra il 2007 e il 2012 – nella stessa classe d’età – è raddoppiata la popolazione con un basso reddito che presta assistenza ai propri genitori/suoceri quotidianamente, passando dal 13,5% a circa un terzo.

Nonostante i sei paesi analizzati si differenzino fra loro profondamente nei modelli di coinvolgimento familiare nella cura, in ognuno di essi il maggior onere grava sulle famiglie a basso reddito, sia attraverso l’incidenza delle spese di cura che attraverso il numero di ore di cura informale – fornita e ricevuta –,  entrambe sempre inversamente proporzionali al reddito.

Per quanto riguarda la popolazione over 65, il grado di disabilità è un fattore rilevante di rischio di povertà, e tale rischio aumenta di pari passo con la crisi economica. Mentre negli anni pre-crisi (2004, 2007) solo in Italia e Svezia gli anziani con disabilità medio-grave presentavano un rischio maggiore di povertà rispetto al resto degli over 65, nel 2012 questo rischio riguarda tutti i sei paesi analizzati. Gli anziani non autosufficienti che vivono da soli sono più esposti al rischio di povertà. A questo proposito, va ricordato che in Italia il 45% della popolazione over 80 è composta da donne vedove-

Oltre che dallo stato di salute, il rischio di povertà della popolazione anziana non autosufficiente è seriamente influenzato dall’ incidenza delle spese di cura. Infatti ad eccezione della Svezia, alti livelli di spesa in proporzione al reddito causano un significativo aumento della probabilità di vivere al di sotto della soglia di povertà, specialmente in Italia, Belgio e Polonia. In questi paesi, nonostante che l’accesso ai servizi e ai trasferimenti per la cura sia regolato da requisiti di reddito, gli anziani che vivono con redditi bassi o al di sotto della soglia di povertà devono comunque sostenere spese di cura molto elevate in relazione alle loro disponibilità economiche.

Questo aspetto è particolarmente evidente in Italia: in relazione alla popolazione anziana esposta al rischio di povertà, l’incidenza delle spese di cura sul reddito raddoppia per le famiglie con un membro over 65 non autosufficiente.

Il maggior rischio di povertà della popolazione over 65, generato dalla condizione di non autosufficienza, rappresenta un ulteriore fattore di trasmissione delle diseguaglianze di reddito tra genitori e figli. La caratteristica intergenerazionale del rischio di povertà si accentua nel caso degli anziani non-autosufficienti che vivono soli.

La probabilità dei loro figli adulti di vivere in una famiglia a rischio di povertà aumenta di anno in anno tra il 2004 e il 2012 in Italia, Spagna e Polonia, ma non in Francia e Belgio, paesi caratterizzati da sistemi di Long Term Care più evoluti.

Una possibile spiegazione dell’impoverimento della popolazione dei figli adulti connesso alla non-autosufficienza deriva dal tempo dedicato alla cura  e potenzialmente sottratto al lavoro. In Italia e in Polonia, in particolare, fornire ai propri familiari anziani un elevato numero di ore mensili di assistenza incrementa il rischio di povertà dei figli adulti.

Per quanto riguarda l’Italia tra il 2004 e il 2012 i familiari che prestano un’alta intensità di cure informali presentano una costante crescita della probabilità di vivere in una famiglia con un reddito al di sotto della linea di povertà, probabilità che nel 2012 raggiunge più del 50%.

L’analisi che precede suggerisce due considerazioni. Trasferimenti monetari di importo troppo modesto e soprattutto non progressivi né per reddito né per grado di non autosufficienza, come in Italia l’indennità di accompagnamento, non sono efficaci per proteggere la popolazione anziana non autosufficiente dal rischio di povertà.

In secondo luogo, la condizione dei figli adulti di anziani non autosufficienti deve essere vista prospetticamente. A causa dell’invecchiamento della popolazione, le economie europee dovranno affrontare un aumento dei costi di cura, sia pubblici che privati, a fronte di una riduzione della fascia attiva della popolazione; e in quei paesi in cui le condizioni economiche dei figli adulti sono già colpite dalla condizione di dipendenza dei genitori, i governi dovranno affrontare una duplice responsabilità: sostenere e proteggere gli anziani dai rischi connessi alla non-autosufficienza, e prevenire il rischio di povertà dei loro figli adulti. Questo vale naturalmente a maggior ragione per la popolazione femminile. Il carico di cura familiare, che quasi esclusivamente ricade sulle donne, già penalizzate dai differenziali retributivi, sia direttamente – nei redditi da lavoro – che indirettamente – in quelli da pensione -, accrescerà ulteriormente il loro rischio di povertà.

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